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拍品詳情

現代及當代藝術

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米蘭

Giorgio Morandi
1890 - 1964年
NATURA MORTA
SIGNED, OIL ON CANVAS, EXECUTED IN 1943
firmato
olio su tela
cm 28,5x52,5
Eseguito nel 1943
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Opera autenticata presso il Comitato per il Catalogo Giorgio Morandi, Bologna, in data 2 settembre 1994

來源

Collezione Pietro Rollino, Roma, acquistato direttamente dall'artista negli Anni Sessanta
Collezione Roberto Rollino, Roma
Ivi acquisito dall'attuale proprietario nel 2011

展覽

Bologna, Galleria Comunale d'Arte Moderna, Morandi e il suo tempo, 1985, n. 64, illustrato
Bologna, Museo Morandi, Stagioni: l'autunno. Capolavori da una raccolta, 1998, illustrato

出版

M. Pasquali, Morandi. Opere catalogate tra il 1985 e il 2000, Bologna 2000, pag. 33, n. 1943/6, illustrato a colori

相關資料

L’opera è accompagnata da attestato di libera circolazione

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Questa Natura Morta dipinta nel 1943 esprime l’instancabile esplorazione pittorica morandiana; studiando questo stesso soggetto in maniera meticolosa e quasi maniacale, egli è in grado di perfezionarlo ai massimi livelli nelle forme e nei colori. L'opera proviene dalla Collezione Pietro Rollino di Roma, una delle raccolte relative a Morandi più significative del Novecento. Il collezionista entrò infatti direttamente a contatto con il pittore comprendendone precocemente il genio; la collezione era composta da molti dipinti dell'artista, quali ad esempio: Natura Morta del 1943 (Vitali n. 447) e Paesaggio dello stesso anno (Vitali n. 461).
Bottiglie, brocche e vasetti sono infatti soggetti utilizzati da Morandi sin dall’inizio, ma la varietà compositiva rende l’opera complessa e ambiziosa; gli oggetti variano infatti in forme e dimensioni e Morandi li organizza in modo che ognuno di essi dialoghino tra di loro.
Centrale è per il pittore “il teatro della realtà, sul cui proscenio Morandi fa agire i suoi attori, variandone ogni volta la posizione all’interno del contesto percettivo, come parti di una totalità che è frutto ben più alto che la semplice somma degli elementi”. (M. Pasquali, Premessa, in Morandi. Riflessioni sull’opera, Catalogo della mostra alla Galleria Braga, Piacenza, 1991, pag. 12).
I soggetti di questo dipinto, umili oggetti della vita quotidiana, si presentano infatti come attori su un palcoscenico, ognuno col proprio carattere, dialogando tra loro in perfetta armonia di luce e colori, conducendoci in uno spazio estraneo, in una realtà silenziosa e tranquilla.
Questa pace è dovuta anche all’accuratezza di Morandi per ogni minimo dettaglio della sua pittura: “Rispettoso per le proporzioni coloristiche, pure nei trapassi più tenui, nelle sfumature più sfuggevoli, Morandi è un matematico della bellezza pittorica: la sua opera tende sempre ad una perfetta unità tonale”. (G. Scheiwiller, Giorgio Morandi, Torino, 1943).
In un’epoca dominata dalla guerra, Morandi continua a dipingere gli stessi soggetti come fosse separato da ciò che sta accadendo, al riparo nei suoi pensieri, scegliendo una strada di riflessione meditativa.
Il pittore bolognese, pur dipingendo un gruppo limitato di soggetti, fu sempre in grado di rinnovarsi: “L’insistenza su uno stesso tema, invece di indebolire l’espressione, dava all’artista la sicurezza per rarefare o bloccare maggiormente l’immagine, proprio come in un tema con variazioni in cui le successive elaborazioni del tema non indeboliscono o immiseriscono la prima esposizione”. (C. Brandi, Morandi, 1990, Roma, pag. 81-82).
Il pittore stesso definiva così la sua ricerca pittorica: “Vede, se mi fosse concesso di ritornare al mondo, di vivere una seconda vita, credo che non potrei esaurire questo tema”. (Giorgio Morandi, in L. Magnani,  Ricordo di Morandi, Rai, 1964).
Come suggerisce Brandi in un saggio del ’39, la poetica di Morandi è senza tempo e nessuno prima di lui tentò questa strada: “Né forse alcuno, prima di Morandi, aveva parlato con tale intensità  attraverso l’evocazione di oggetti inanimati, poiché, oltre i supremi valori figurativi – le squisite ricerche cromatiche, le audaci soluzioni spaziali – vi è qualcosa, in queste Nature morte, che oltrepassa, non dico certo il soggetto, ma il loro esser pittura, e sommessamente canta l’umano. Nel momento stesso che quelle fiasche e quelle bottiglie si affermano davanti ai nostri occhi in modo indimenticabile e incomparabile, la loro forma cede a un afflato che le scompone, e riconduce diritto all’animo, all’uomo. Nulla è meno astratto, meno avulso dal mondo, meno indifferente al dolore, meno sordo alla gioia, di questa pittura, che apparentemente si ritira ai margini della vita, e si interessa, umbratile, ai pulverulenti ripostigli della cucina”.
(Cesare Brandi, cit. in Introduzione di V. Rubiu, Morandi, Roma 1990, pag. 13)

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