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OPERA DA UN'IMPORTANTE COLLEZIONE PRIVATA ITALIANA

Alighiero Boetti
TUTTO
SIGNED, TITLED, DATED 88-89 AND INSCRIBED PESHAWAR ON THE OVERLAP, EMBROIDERED TAPESTRY
JUMP TO LOT
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OPERA DA UN'IMPORTANTE COLLEZIONE PRIVATA ITALIANA

Alighiero Boetti
TUTTO
SIGNED, TITLED, DATED 88-89 AND INSCRIBED PESHAWAR ON THE OVERLAP, EMBROIDERED TAPESTRY
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Details & Cataloguing

Arte Moderna e Contemporanea

|
Milan

Alighiero Boetti
1940 - 1994
TUTTO
SIGNED, TITLED, DATED 88-89 AND INSCRIBED PESHAWAR ON THE OVERLAP, EMBROIDERED TAPESTRY
firmato, intitolato e datato Peshawar 88-89 sul risvolto
arazzo
cm 94x144
Eseguito nel 1988-89
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Opera registrata presso l'Archivio Alighiero Boetti, Roma, con il n. 3931

L'opera è accompagnata da certificato su fotografia rilasciato dall'Archivio Alighiero Boetti, Roma

Provenance

Galleria Toselli, Milano
Galleria Tornabuoni, Firenze
Ivi acquistato dall'attuale proprietario nei primi anni Novanta

Catalogue Note

Nel 1967 Alighiero Boetti realizza all’interno di un grande vaso una forma circolare di cemento e eternit (oggi dispersa) che intitola Pack; un ammasso concreto che racchiudeva nel suo nucleo compatto tutta la materia (fig. 1); è l’inizio di un pensiero primordiale che accompagna Boetti nel suo percorso alla scoperta di tutte le forme possibili e che negli anni Settanta manifesta nei bozzetti preparati per il catalogo della mostra Processi di pensiero visualizzati al Kunstmuseum di Lucerna nel 1970; su uno di questi fogli Boetti traccia una linea circolare aperta, una cavità accogliente e ancestrale che chiama “grembo, caverna, cordone ombelicale, concavo e convesso, labirinto” accompagnandola ad una poesia tratta da una masque di Ben Johnson: “Since all human actions are a mere labyrinth, also may you braid your dances” (fig. 2). L’indagine sulla materia che tutto contiene continua a riprodursi nell’utilizzo di forme fluide di matrice inorganica e vegetale, come il magma delle opere mimetiche, e successivamente nel moltiplicarsi di sagome animali, come le rane e i delfini (cfr. Regno Animale del 1977 e la serie dei collage I vedenti negli anni Ottanta), fino ad arrivare alle strutture meccaniche degli areoplanini che infittiscono i cieli (fig. 3). L’esito più complesso di questa radicale immersione nelle forme è la serie dei Tutto, arazzi commissionati a partire dal 1988 alle donne afghane e cuciti secondo la regola di riempimento automatico dell’inconscio: “Per non creare gerarchie tra i colori li uso tutti. Il mio problema infatti è di non fare scelte secondo il mio gusto ma d’inventare sistemi che poi scelgono per me” (Alighiero Boetti in A. Zevi, Alighiero e Boetti: Scrivere, Ricamare, Disegnare, Corriere della Sera, 19 gennaio 1992). Boetti aveva ancora in mente il disegno su carta Perdita d’identità da lui realizzato nel 1980 (fig. 4), un agglomerato di sagome che fanno parte della vita quotidiana ma che danno forma, assemblate, ad un ammasso pulsante di memoria collettiva, un monito alla complessità inestricabile, contorta, eppure estremamente affascinante, dei prodotti dell’uomo e della natura; Jean Christophe Ammann suggerisce così la scelta del titolo: “Non importa più che le forme siano astratte: ogni forma diventa necessariamente astratta quando viene gettata nel disegno. La sagoma di un aereo in volo, il profilo di un animale, le impronte di oggetti, il contorno di un qualsiasi utensile dalla forma interessante, ognuna di queste cose è come assorbita dalla superficie, perde la sua differenza rispetto alle altre o, in parole più chiare, perde l’identità” (J.Ch. Ammann, Ailghiero Boetti 1965-1994, Milano 1996, pagg. 52-53, catalogo della mostra personale alla Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, 10 maggio-1 settembre 1996). Il Tutto è apoteosi di questo principio, ed insieme proposizione in arte del fascino del caos, un progetto che ha il “valore di una bellezza che non teme di sfociare nella decorazione” (Angela Vettese, Non marsalarti: istruzioni per l’uso di Boetti, 1996 pag. 56) e la piena consapevolezza del dialogo misterioso con l’inestricabilità di ciò che il mondo produce e accumula. La discontinuità tra le immagini nascoste nell’arazzo che abbiamo davanti (una forchetta, un kalashnikov, uno scorpione, uno schiaccianoci, un teschio, una pera, un paio di forbici, la lettera B, l’Italia, una teiera, Mickey Mouse, una sega, un Arbre Magique, un leone di San Marco, una chiave) è solo apparente; vengono in mente con Ammann le parole di Eraclito al frammento 107: “Proprio come un mucchio di rifiuti gettati a caso è il più bello dei mondi”.

Arte Moderna e Contemporanea

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