Lot 267
  • 267

Massimo Campigli

Estimate
300,000 - 400,000 EUR
bidding is closed

Description

  • Massimo Campigli
  • Teatro
  • firmato
  • olio su tavola
  • cm 330x260
  • Eseguito nel 1950

Exhibited

Padova, Palazzo della Ragione, Maestro Campigli, 1994, pag. 140, n. 64, illustrato

Literature

Decorazione del "Conte Biancamano", in "Domus", Milano, aprile 1950, pag. 578, n. 245, illustrato
F. Gualdoni, Massimo Campigli. Essere altrove, essere altrimenti, Milano 2001, pag. 200, n. 64, illustrato (catalogo della mostra)

Condition

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Catalogue Note

"Un albergo con Campigli, anzi con due Campigli, anzi con due bellissimi Campigli è cosa che mi entusiasma come fatto e come sintomo e che mi può indurre a dire a tutti di andare al nuovissimo Hotel Palace di Milano" (G. Ponti, Un nuovo albergo a Milano, in "Domus", 245, aprile 1950)

Queste sono le parole piene di entusiasmo dell'architetto e designer Gio Ponti, scritte nell'aprile del 1950, nella rivista di architettura "Domus", da lui fondata alla fine degli anni Venti.
L'architetto manifesta la sua ammirazione per le due grandi decorazioni, che Campigli  esegue nel 1950 nel nuovissimo albergo milanese, progettato da Giorgio Ramponi. Alle due facce di un pilastro, nel sontuoso e raffinato atrio, dipinge da un lato il maestoso Teatro, davanti alla reception, mentre sull'altra faccia, dirimpetto alla grande scalinata, dipinge l'Atelier. In entrambe le opere Campigli gioca con il contesto architettonico, in modo da integrare le opere nell'ambiente, dialogando con l'architettura, alla luce del mutamento delle prospettive artistiche avvenuto in Italia in quegli anni. Dopo la devastazione bellica infatti si pone il problema della ricostruzione, che vede lavorare gli architetti a fianco degli artisti, non più con ruoli distinti e separati, ma con un nuova sensibilità che punta alla "sintesi delle arti". Gli architetti, come in questo caso Giorgio Ramponi, e gli artisti, Campigli, operano ad una condizione di pari responsabilità, sulle basi delle convinzioni anche di Le Corbusier che auspicava la "création d'une ambiance phisique qui satisfasse le besoin émotif et matériel de l'homme en stimulant son ésprit". Figura chiave di questo periodo è Gio Ponti e la rivista "Domus" rappresentò uno dei centri del dibatto culturale dell'architettura e del design italiani della seconda metà del Novecento. Ponti e Campigli instaurano un sodalizio lungo e intenso, un'amicizia sincera, che porterà alla realizzazione di tanti capolavori: insieme condivideranno il progetto della grande pittura nell'architettura.
"Integrazione delle arti" quindi, alla quale Campigli dà un forte e convinto contributo, nelle grandi decorazioni murali, negli affreschi, nei mosaici, come in questo grande dipinto. Decorazione non più importante solo dal punto di vista qualitativo, ma anche da quello concettuale, un ruolo educativo dell'arte che stimoli gli spettatori emotivamente e spiritualmente. Campigli ne è uno dei maggiori interpreti, come in questo bellissimo Teatro; l'opera dipinta ad olio su grande pannello di faesite, raffigura due eleganti cantanti, che si esibiscono innanzi ad una platea, che ricorda un semicerchio absidale. Anche in quest'opera Campigli ripropone in chiave moderna gli stilemi dell'arte antica, attento ai modi dell'arte egizia, sviluppa un repertorio di forme schematizzate, frontali, arcaiche, riscontrabili qui soprattutto nella cantante, che sorregge con delicatezza un lembo dell'abito, dipinta con un chiaro ed immediato richiamo ai profili e alle pose dell'arte dell'antico Egitto. Nel 1928 in uno dei viaggi a Roma scopre al museo romano di Villa Giulia l'arte etrusca e ne rimarrà "sconvolto", tanto da rinnegare le sue precedenti opere, definite, "tentavi contradditori". Scrive Campigli: "Il cubismo con le sue pretese di eternità mi aveva condotto al museo a vedere egizi e greci; ma al museo avevo dimenticato il cubismo, ero ricaduto nel vecchio sogno e mi ero ritrovato antichissimo, arcaico.." (M. Campigli cit. in C. Gian Ferrari, Massimo Campigli. Armonia e misura: moderna classicità, Darmstaadt 2004, pagg. 66-67). Anche in questo teatro la prospettiva è arcaica, quasi senza piani, i bianchi richiamano a quegli degli intonaci, magri e luminosi, tesi ad ottenere l'effetto di un affresco, il rosso del vestito della cantante con le braccia alzate è ripreso dalle terre rosse e brune degli affreschi pompeiani. Campigli guarda all'antico, "non in senso archeologico, ma in accezione umanistica, come passato da rivisitare e innovare." (P. Campiglio, Massimo Campigli. Essere altrove, essere altrimenti, Milano 2001, pag. 168)
Sviluppa una "maniera" che sarà tipicamente sua, indifferente a scuole e mode: la fissità ieratica delle figure della platea, ripresa in tutta la celeberrima serie dei teatri realizzata da Campigli, con i palchetti ad arco che scandiscono una ripartizione interna. "Credo che ormai sia chiaro di dove mi viene quel bisogno di incorniciare e ri-incorniciare nelle mie composizioni i busti e le teste, di metterle in scomparti e cassettoni, col pretesto che sono a teatro, chiuse nei palchi a coppie, o che suonano o cantano dietro aleggi o allineate in platea... perché queste donne nel tempo stesso han da essere misteriosamente unite e separate, il contatto e la separazione assumono uguale importanza." (M. Campigli cit. in I. Millesimi, Massimo Campigli, pag. 9). Anche in questo teatro troviamo solo figure femminili, una fissazione per Campigli, probabilmente derivata dalla sua infanzia circondato da sole donne.
Poco dopo il 1950 Campigli torna a Parigi e al quadro da cavalletto, concludendo la collaborazione con Ponti; questa mirabile opera è quindi una delle ultime e importanti realizzazioni di questo inteso e importante periodo nella storia del pittore. In questo dipinto traspare una ricerca di armonia, simmetria ed equilibrio, ma anche di pace interiore, come queste due cantanti, che con il loro elegante canto infondono quiete allo spettatore di un teatro immaginario.