Lot 220
  • 220

Piero Manzoni

Estimate
400,000 - 600,000 EUR
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bidding is closed

Description

  • Piero Manzoni
  • Achrome
  • firmato sul retro

  • caolino su tela
  • cm. 60x75
  • Eseguito nel 1960 circa

Provenance

Galleria Scettro, Rapallo
Collezione Nazzaro, Roma
Galleria Mara Coccia, Roma
Collezione Silvano Dell'Era, Milano
Galleria Blu, Milano
Sotheby's Londra, Post War and Contemporary Art, 5 Dicembre 1991, lotto 22
Ivi acquistato dal padre dell'attuale proprietario

Literature

F. Battino, L. Palazzoli, Piero Manzoni Catalogue Raisonné, Milano 1991, pag. 273, n. 341 B

Condition

This work is in generally good overall condition. There are two little losses towards the center of the second wrinkle from the bottom and of the first wrinkle from the top. Light filiform and stable craquelures along center left margin and along upper margin. No traces of retouching appear to be under UV light.
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Catalogue Note

"Non si tratta di formare, non si tratta di articolar messaggi (...); non sono forse espressione, fantasismo, astrazione vuote finzioni? Non c'è nulla da dire: c'è solo da essere, c'è solo da vivere".
(Piero Manzoni in Libera Dimensione, in "Azimuth", n. 2, gennaio 1960)

"Per via di levare, non per via di porre". Da questa nozione rinascimentale potrebbe partire la comprensione degli Achrome di Piero Manzoni, uno dei punti più alti del suo geniale percorso di liberazione dell'arte da se stessa.
Eseguita nel 1960, l'opera qui presentata è un meraviglioso esempio di quell'intuizione ontologica che è l'Achrome, campo di ricerca che l'artista elaborò in varie forme dal 1956 al 1963, anno della sua prematura scomparsa.
Manzoni aveva già tracciato il suo percorso nei Prolegomeni ad un'attività artistica, pubblicato per la prima volta nel 1957 in occasione della mostra Piero Manzoni a Como: "Oggi i concetti di quadro, di pittura, di poesia nel senso consueto della parola non possono più avere senso per noi (...). Il momento artistico non sta in fatti edonistici, ma nel portare in luce, ridurre ad immagine i miti universali precoscienti. L'arte non è un fenomeno descrittivo, ma un procedimento scientifico di fondazione'. L'arte si libera qui "di fatti estranei, dai gesti inutili" per trovare la propria essenza: "lo spazio-superficie del quadro interessa il processo analitico solo in quanto spazio di libertà in cui noi andiamo alla scoperta" (Piero Manzoni cit. in Piero Manzoni, Milano 2007, pagg. 124-125).
Negli Achrome, dipinti appunto costruiti "per via di levare", l'affermazione della libertà coincide con l'essere arte: l'opera si priva del colore e di ogni spunto rappresentativo, per donare allo spettatore la sola fisicità e concretezza della materia.
La libertà è innanzi tutto quella dell'artista che trova la propria "area di libertà" distaccandosi dall'opera d'arte e stigmatizzandone con caustica ironia la condizione, azzerando il proprio intervento, operando una consapevole scelta di impersonalità a favore di uno sforzo di esistenza autonoma. Gli elementi costitutivi dell'opera, ormai totalmente svincolata da condizionamenti e sovrapposizioni, sono l'autogenerazione dell'immagine e la sua casualità. Il caolino, il gesso, la tela grezza sono materia pura che si autofeconda lasciando spazio alla luce e alla materia. Materia che si cristallizza, si contorce, si irrigidisce, dando luogo a forme autonome.
La libertà, poi, è quella della stessa opera d'arte che nella sua autarchia si pone come linguaggio visivo puro, fuori dal tempo. L'opera d'arte si definisce in sé stessa come oggetto materiale concluso: "L'Achrome tende al denudamento, evita l'immagine per una purezza più radicale, quella di un vedere come 'nuda' entità fisica. Esso è infatti il risultato di una esposizione o strutturazione di tela grezza, spesso indurita e cristallizzata nel caolino. Questo fissa l'attimo del suo ripiegamento e della sua caduta, quasi Manzoni volesse congelare e rendere vetrosa la scultura. L'attitudine è a sospendere le sostanze, non a consumarle né a trasformarle" (G. Celant cit. in Piero Manzoni, Milano 2007, pag. 29).
Gli Achrome superano "l'equivoco del quadro" e rompono gli "ostacoli dello spazio" e "la schiavitù del vizio soggettivo", svelando quindi l'arte come assenza -di colore, di composizione, di espressione- e il suo rivelamento attraverso la casualità della materia. "Tutta la problematica artistica è superata"; rimane solo la purezza oggettiva di luce e materia, riflesso della sua essenza e della sua verginità. Del resto "Perché non liberare questa superficie? Perché non cercare di scoprire il significato illimitato di uno spazio totale, di una luce pura ed assoluta?" (P. Manzoni cit. in Piero Manzoni, Milano 2007, pagg. 214-215)
Nella sua breve vita artistica, Manzoni è riuscito a compiere questo processo di oggettivazione dell'arte, scostandola dal concetto vetusto di creazione. In questo, l'artista ha colto con geniale distacco non solo le contraddizioni che avrebbero coinvolto la società mediatica a venire, ma ha anticipato anche tanti aspetti del minimalismo, ribaltando le regole del gioco con il giusto sguardo ironico, e volgendo l'attenzione alla riflessione sull'essenza dell'arte.