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Giorgio Morandi
Description
- Natura morta
- firmato; firmato e datato 1931 sul retro
- olio su tela
- cm. 40x62
Exhibited
Roma, Palazzo delle Esposizioni, III Quadriennale d'Arte Nazionale, 1939
Bologna, Galleria Comunale d'Arte Moderna, Morandi e il suo tempo, 1985-1986, n. 44, illustrato (titolo e datazione errata)
Bologna, Museo Morandi, Incontri al Museo Morandi. Opere in deposito per il 2000, 2000, illustrato
Literature
R. Renzi, La città di Morandi, Bologna 1989, p. 87, illustrato
M. Pasquali, Morandi. Oggetti e stati d'animo, Milano 1996, fig. IV
M. Pasquali, Morandi. Opere catalogate tra il 1985 e il 2000, Bologna 2000, pag. 11, n. 1931/1, illustrato a colori
Condition
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Catalogue Note
In occasione della terza Quadriennale d'arte un'intera sala espositiva venne dedicata all'opera di Giorgio Morandi con 42 oli, 2 disegni e 12 acqueforti. Siamo a Roma nel 1939 in piena epoca fascista. Altre mostre personali furono dedicate a Capogrossi, Pirandello, Messina e Manzù mentre Severini espose un gruppo di opere nella stessa sala che ospitava quadri di de Chirico, Rosai e Carrà.
La mostra di Morandi fu oggetto di lodi e polemiche, facendo sì che si creasse il cosiddetto "caso Morandi". La critica si divise in due veri e propri schieramenti: a sostegno dell'artista vi erano studiosi e storici dell'arte tra i quali spiccavano i nomi di Cesare Brandi, Roberto Longhi, Giulio Carlo Argan, Giuseppe Marchiori, Lamberto Vitali e i giovani Duilio Morosini, Carlo Savoia e Arnaldo Beccaria. Mentre tra coloro che contestavano la sua arte vi erano Carlo Belli, Osvaldo Licini, Luigi Bartolini oltre a tutti i membri del gruppo universitario fascista di Cremona.
Le opere di Morandi raccolte nella mostra andavano dal 1911 al 1938. Fu questa la prima esposizione che diede possibilità al pubblico romano di vedere l'opera dell'artista nel suo insieme.
Numerose e con diverse datazioni, le nature morte esposte furono oggetto di critiche proprio per i soggetti ritratti. Scrisse in un saggio pubblicato su Nuova Antologia il 16 Febbraio 1939 Virgilio Guzzi: "Questi oggetti e vecchi utensili familiari, questi collegi silenziosi di cose dimenticate diventano composizioni solenni, piene di ritmo interno, di misura. Il pittore ne ha fatto la sua quotidiana meditazione, la simpatia con la quale egli li guarda ha il calore dell'assiduità e quel distacco affettuoso che nasce dalla consuetudine". Egli apprezzava soprattutto le opere "dove la compenetrazione di forma-colore-luce diventa più profonda; dove la linea non è più limite ma già un piano d'ombra; dove la luce diviene di così intenso avvolgente potere che brucia i contorni, li fa animati come da un palpito e tende a risolvere le immagini in unità cromatica". Definì queste opere quanto di meglio il gusto contemporaneo avesse prodotto nel campo della pittura, citando le due opere numerate 19 e 20 nel catalogo della Quadriennale (qui rispettivamente figg. 3 e 4), come "pitture piene di elaborazione, sottili calcoli luministici, delicati splendori".
Quegli stessi oggetti venivano invece derisi da Roberto Farinacei, gerarca protettore del premio Cremona, e descritti come "Vuoti che rendono". Scriveva infatti il critico nel luglio del 1939: "Giorgio Morandi, tirate giù dalla soffitta vecchie bottiglie polverose, ne ha tratto una ventina di nature morte, tutte su borghese cifra parigina, e le ha mandate alla Quadriennale".
Oggi possiamo supporre che il sapore poetico e spirituale dell'opera dell'artista bolognese non fosse facilmente comprensibile in un'epoca in cui trionfava l'arte figurativa. Questa sua inaccessibilità, da molti non era considerato "un aspetto negativo" bensì la prova che la sua era "purissima arte, poesia celestiale distaccata assolutamente da qualunque base terrena e pertanto incognita", come scriveva Carlo Savoia, che aggiunse: "E' inutile proporsi il compito, oggi come oggi, di scoprire la chiave della pittura di Morandi: molti anni dovranno trascorrere, dopo la morte del pittore, prima che ad alcuno sia permesso di afferrarla. (...) La pittura di Morandi offende la mentalità borghese perchè non è piacevole, e non è piacevole perché è profonda di contenuto e quindi impegna il cervello e la sensibilità di chi la contempla. Naturalmente il borghese, che per sua natura è alieno da ogni sforzo intellettuale, giudica questa pittura col proprio modulo ed in essa non vede altro che i bricchi, le tazze e gli orologi impolverati, non in quanto volumi e forme cromatiche suscettibili d'emotività, ma come bricchi, tazze ed orologi. Ed il borghese si ribella - e dal suo punto di vista non ha torto- contro un pittore che da trenta anni insiste sul medesimo tema: bricchi tazze orologi ed altre chincaglierie, con qualche variazione nei paesaggi, che sono tuttavia poco noti". Ai suoi elogi sul lavoro dell'artista si contrapponevano le critiche assai aspre di Bartolini, il quale sosteneva che nei "lumetti a petrolio, e nelle boccette di rosolio" lui percepiva "le furberie di un provinciale" e che le opere dell'artista bolognese erano adatte a un "salotto non propriamente borghese pacchiano", ma a quello "del borghese finto intelligente, finto colto, colto a metà, professore della vecchia scuola media, avvocato della cittadina industre di provincia ecc ecc." (Quadrivio, Roma12 Febbraio1939).
Le critiche e gli elogi si susseguirono incessantemente e l'attribuzione del secondo premio (per un totale di cinquantamila lire) conferito all'artista bolognese, invece di dare fine al "caso Morandi" lo ridestò.
La natura morta qui riprodotta esposta in questa Quadriennale fu eseguita nel 1931, e ritrae oggetti spesso presenti in opere di quegli anni (figg. 1 e 2). La pennellata di forte spessore, i contorni sfumati e le forme sintetizzate quasi astratte, sono tipiche di quegli anni. Morandi aveva abbandonato la pennellata liscia e i contorni ben definiti, qualità pittoriche che riprese, anche se diversamente, qualche anno più tardi. Commentava così Virgilio Guzzi le opere di questo periodo: "colpisce a prima vista, nelle pitture appartenenti al tempo delle esperienze astrattive, la semplicità dell'invenzione (proveniente da una riluttanza all'immaginismo decorativo); la castigatezza di propositi e l'immediata necessità della composizione tonale". In quest'opera la superficie viene trattata in maniera scultorea, sia nella pennellata grassa e spessa che nella tonalità; nella composizione, prevalentemente orizzontale, l'artista -come commentò Guzzi- sembrava voler innalzare "i cari oggetti familiari, a dignità di fantasmi metafisici". L'opera incarna sia nella composizione che nella tonalità, intimità e spiritualità, qualità pittoriche caratteristiche del lavoro di Morandi.
Oggi, dopo quasi settant'anni dalla data di questa Quadriennale, e dopo le tante polemiche sul "suo caso" Morandi rimane uno dei più grandi artisti italiani del XX secolo.