Lot 172
  • 172

Gino Severini

Estimate
250,000 - 350,000 EUR
Sold
372,250 EUR
bidding is closed

Description

  • Gino Severini
  • Visioni simultanee (Amor sacro e profano)
  • firmato
  • olio su tela

 

Provenance

Collezione Daure, Mazamet

Exhibited

Roma, Palazzo delle Esposizioni, II Quadriennale d'Arte Nazionale, 1935, n. 15

Literature

P. Courthion, Gino Severini (Arte Moderna Italiana), Milano 1930
G. Bazin, Gino Severini. Demission de l'abstrait, in "L'Amour de l'Art", XII, n. 1, gennaio 1931, pag. 28
R. Calzini, Italia 1914-1934, in "Ventennio", suppl. al n. 72, Milano 1934
D. Fonti, Gino Severini. Catalogo Ragionato, Milano 1988, pag. 406, n. 476, illustrato

Catalogue Note

In questa importante opera, Visioni simultanee, Amor sacro e profano, del 1929, ora riapparsa sul mercato dopo anni in cui la collocazione era rimasta ignota, Severini riprende la tradizione pittorica della natura morta, rivisitata secondo una personalissima visione in equilibrio tra un capriccio della fantasia e la rappresentazione della realtà. Le figure umane dipinte nello sfondo sulla sinistra del quadro, potrebbero alludere alla moglie Jeanne ed ai due figli di Severini, tese quindi ad evocare un'immagine famigliare, del presente, insieme alla brocca, oggetto di uso quotidiano. Mentre la maschera tragica antica, i due piccioni, l'amorino con la corona di fiori, sono un richiamo al passato, all'antichità che tanto affascinava Severini, e molti altri artisti, in quel periodo. Una visione simultanea quindi del passato e del presente, proprio come indica il titolo dell'opera, che mette in relazione elementi famigliari e della vita quotidiana, con elementi desunti dall'antico, "gruppi di cose vicine e lontane" che convivono sullo stesso piano. Sono numerose le nature morte eseguite in questo periodo, che va dall'inverno del 1927 all'inverno del 1930, tutte dipinte con uno stile e una iconografia molto precisi, sempre con questo alternarsi di elementi che richiamano alla classicità e alla quotidianità. Solitamente i richiami famigliari sono la fruttiera, lo strumento musicale, la carta da musica, quest'opera invece si distingue dalle altre perché raramente il pittore introduce nel quadro la figura umana. Nel clima del "ritorno all'ordine", che si lasciava alle spalle le sperimentazioni formali che avevano caratterizzato la grande stagione delle avanguardie storiche, Severini è affascinato dall'antico, dal passato classico dell'Italia, divenuto attuale anche grazie ai nuovi scavi di Pompei, nel 1923, ed Ercolano, nel 1927.
Severini, a Parigi dal 1906, rientra in Italia, a Roma, nel 1928, e alterna frequenti viaggi con la capitale francese. Compie numerosi soggiorni tra gli scavi archeologici, si sofferma sui mosaici, sugli affreschi ritrovati, analizza i libri di archeologia, studia il tempio di Tivoli, i Fori Imperiali. Sistematico è il suo studio delle antiche iconografie che riprende nelle sue opere, come i pesci, gli amorini, quell'"ange pourvoyeur" che trasporta i motivi della natura morta, tutti elementi tratti dai mosaici antichi e in questo quadro in particolare i due piccioni, sono ripresi da noti mosaici capitolini. "Lo sfondo è quello rossastro degli encausti imperiali, ma il cielo si sovrappone in forma blu nuvolata" a una sorta di ribalta dove avvengono le "visioni."
Lo schema prospettico dell'opera è privo di regole, senza schemi rigidi e precisi, a voler quasi indicare proprio la sensazione della visione autonoma, del fenomeno percettivo libero da ogni costrizione. L'antico non evoca più solo una nostalgia verso "un'epoca perduta e irripetibile", ma sottintende anche ad una sacralità, indicata nel secondo titolo dell'opera, e simboleggiata dai piccioni che possono essere visti come "il traslato di mistiche colombe o il ricalco dello Spirito Santo", amore sacro quindi che, emblematicamente, è accostato all'amore della famiglia.

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