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Antonio Fontanesi (Reggio Emilia 1818 - Torino 1882)
Description
- Antonio Fontanesi
- stagno all'alba
- olio su cartone pressato
- cm. 34.5 x 48.5
- Eseguito nel 1868 circa
Catalogue Note
Reca iscrizione sul retro: Posso attribuirlo/ al mio maestro Fontanesi/ Follini Carlo
L'autenticità dell'opera è stata confermata dal Prof. Angelo Dragone, Torino, in data 4 Febbraio 2000 (Opera archiviata con il n. DR4031)
Antonio Fontanesi può sicuramente essere considerato uno dei più grandi paesisti dell’800 italiano. Artista dallo stile personalissimo, caratterizzato da un uso anticonvenzionale del colore e dall’impiego di una pennellata libera e sfrangiata, costituisce un’eccezione all’interno del panorama pittorico del suo tempo. La sua produzione non è riconducibile ad alcuna delle correnti contemporanee: né al realismo, né al romanticismo. A differenza della frangia realista egli non propone la replica esatta del dato fenomenico, bensì coglie nelle sue tele solo il “vero scelto” attraverso il sentimento del pensiero; i suoi paesaggi sono quindi l’espressione pittorica di un sentimento individuale e passionale provato nei confronti della natura, scontrandosi così contro una nozione più attenta alla fedeltà ottica. Da questo rapporto empatico con la natura scaturisce il suo romanticismo che è però esclusivamente interiore, è infatti estranea alla sua prassi la rappresentazione in preda al furore creativo tipica dei romantici.
Fontanesi fu un uomo estremamente solitario, ed è proprio questa solitudine a permetterci di comprendere appieno il paesista. E’ nella solitudine che contempla il mondo esteriore; egli si ritrova, si riconosce nella natura, in un’esplosione allo stesso tempo gioiosa e dolorosa. La solitudine di Fontanesi si ritrova anche nei soggetti dei suoi dipinti: i paesaggi sono quasi sempre deserti, privi di figure; per lui la vita completa è racchiusa nella sola natura. La vera passione dell’artista subentra però nella composizione, quando dipinge en plein air. E’ in questi momenti che nascono le improvvisazioni dettate dal disagio dei luoghi e dalle condizioni di fugacità degli effetti. Sono circostanze in cui domina con maestria gli strumenti: ai pennelli grandi subentra la spatola, lo stesso manico del pennello si presta a dipingere. Egli andava sul vero con cartoni, tele e tavolette preparate da sé; una volta eseguito il dipinto si presentavano particolari da rifare e allora raschiava spietato, oppure una leggera passata di bianco ridava la trasparenza perduta, o ancora aggrediva i materiali mischiando colori in polvere e colori ad olio. Alla vita autonoma del colore preferiva però le profondità misteriose del chiaroscuro.
Notiamo come nell’opera qui presentata gli elementi pittorici della forma e del colore divengano strumenti usati nell’espressione di un sentimento destato nel pittore dalla natura indifferente. Si addensano sul terreno, nel folto delle macchie, toni fulvi e cupi, di bitumi, i quali purtroppo col tempo hanno annerito tanta pittura fontanesiana. La massa bruna di alberi si riflette nello specchio d’acqua dello stagno che ci ricorda le pozze formate dal Rodano a nord di Lione, campagna più volte ritratta dal Fontanesi in compagnia dell’amico François Ravier. Il cielo è movimentato dalle sfregature improvvise del pennello; con un calmo e largo tocco prende invece forma una grande e lieve nuvola rosea. Il motivo delle nuvole luminose compare qui per la prima volta andando così ad impreziosire ulteriormente il presente dipinto. Osservato da vicino il dipinto è una concitazione convulsa: cercate di seguire la direzione della pennellata ma è inutile, questa infatti non si ripete mai, il colore non obbedisce mai ad una regola prestabilita, accademica. Allontanatevi di qualche passo ed ecco ogni tinta organizzarsi armonicamente sulla superficie, e la materia pare dissolversi.