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Giuseppe Canella (Verona 1788 - Firenze 1847)
Description
- Giuseppe Canella
- veduta del corso di porta orientale in milano
- firmato in basso a destra e datato 1834
- olio su tavola
- cm. 30 x 40.5
Exhibited
Milano, Palazzo della Permanente, 1886 - 1986, La Permanente, Un Secolo d'Arte a Milano, 1986, catalogato a pag. 383 con il n. 176, pag. 411, n. 182, illustrato
Literature
Catalogue Note
Nelle opere di Canella inizialmente traspare l’accentazione nostalgica delle tematiche dei vedusti Veneti. Non si limitò ad essere descrittivo e coloristico, tale da definire con le condizioni climatiche il transito di luci e ombre, che danno il senso del compiuto. Coglie l’atmosfera poetica che può dare lo sfilacciato rosario delle case nelle città che si uniformano alla natura. Va oltre chi aveva sfruttato fino all’estremo con vedute prospettiche, la possibilità che offriva la camera ottica.
Si rese più libero, con stile e sensibilità prossima ai Fiamminghi. Divenne pittore romantico, ricercando con la fusione dei colori immagini nuove, che anticipano gli accordi tonali propri dell’800. Desideroso di nuove esperienze, lasciò il proprio microcosmo ed iniziò a viaggiare per tutta l’Europa. Viaggi che lo portarono dalla Norvegia al profondo sud: Spagna e Grecia. Nel 1826 si recò a Suli, a Nafplion, lasciando testimonianze pittoriche. Volle visitare i luoghi, dove Lord George Gordon Byron che Canella aveva conosciuto a Venezia nel 1819 a casa della contessa Teresa Gamba Guiccioli, aveva combattuto per l’indipendenza dei Greci dai Turchi. Morì a Missolungi. La svolta per la sua arte, avvenne nel 1823, quando si recò a Fontainebleau e quindi a Parigi, dove con piccoli preziosi dipinti ad olio, colse momenti sparsi come in un mosaico: la folla, carrozze e cavalli. La sua testimonianza, non avrà mai fine, anche se non ci saranno più quelle case, le via, le piazze. Ritornò a Milano continuando la sua opera, dipingendo i navigli, come a Parigi e come a Rouen aveva fatto con la Senna. Questo dipinto di rara bellezza, (Corso Venezia) rimane documento di tutto ciò che è stato scritto. Nel 1838 si recò a Roma e a Napoli, cogliendo sempre con partecipe freschezza e immediatezza, visioni agresti con erbe che sempre rinascono.
Canella su quelle pianure con poche figure, dove antichi ruderi si consumano nel silenzio in cieli incombenti, volle catturare un attimo all’eternità.
Si ringrazia il Prof. Claudio Dumiani per aver redatto la scheda del dipinto.