Lot 240
  • 240

Ubaldo Oppi

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Description

  • Ubaldo Oppi
  • Il figlio dell'armatore
  • firmato e datato 1925
  • olio su tela
  • cm. 127x93

Provenance

Eredi Sanguineti, Genova
Ivi acquisito dall'attuale proprietario nel 1986

Exhibited

Genova, Palazzo Ducale, Scoperta del mare. Pittori lombardi in Liguria fra '800 e '900, 1999

Literature

M. Biancale, Ubaldo Oppi, Milano 1926
E. Pontiggia, Ubaldo Oppi. La stagione classica, Milano 2002, pag. 75, n. 18, illustrato a colori

Catalogue Note

“La storia di Ubaldo Oppi è la storia della sua pittura, dei suoi tre momenti fondamentali di captare una personale visione del mondo, e di manifestarla con opere che sono tutto il suo essere, tutta la sua capacità, tutta la sua volontà.” (Francesco Galla, cit. in Lo stile del Novecento, catalogo della mostra, Brescia 1990, pag. 15)

Agli esordi, la pittura di Oppi si avvicina al simbolismo e al divisionismo per poi evolversi, con il recupero della forma, verso un primitivismo in linea con l’atmosfera parigina dell’epoca. Con gli anni Venti Oppi inaugura una nuova e fervente stagione artistica: rientra da Parigi nel 1921 e partecipa, l’anno successivo, alla fondazione del gruppo del Novecento riunito intorno a Margherita Sarfatti. Nel 1924 espone alla Biennale, con una sala personale, venendo meno ai suoi impegni con il neonato gruppo dal quale è obbligato a ritirarsi immediatamente. Il 1922 segna l’anno della svolta pittorica con l’inizio della nuova stagione classica: le sue figure prendono forma tridimensionale, non sono più le esili e timide figure dei momenti precedenti, esse divengono potenti, eroiche e protagoniste. In questa classicità elegiaca l’artista afferma sempre di più la sua propria meditazione esistenziale. In uno stile nitido ed oggettivo ispirato alla fotografia, vicino allo stile anti-emotivo della nuova oggettività tedesca egli vuol sottrarre l’uomo e le cose dalla fugacità della vita per dar loro vita eterna e migliore. Ojetti nota questa progressione artistica e scrive: “Ecco un’arte che sì parte dal vero, ma lo domina, lo scioglie e lo ordina per creare qualcosa che gli sia più durevole e consolante, della fugace realtà”.

 

Nell’algido Figlio dell’armatore ritratto in questo grande dipinto,  non vi è nessun intento di pittoricismo. La figura è sbalzata con uno stile duro e un tracciato nitido in un intento di realismo, oggettività e particolarismo attento. L’abito moderno, i tratti del viso, le vene della mano destra, la pressione e la rigidità della sinistra “aggrappata” al davanzale sono i dettagli veristi ai quali l’artista dedica più attenzione per rendere la composizione al massimo del realismo. Usufruendo del sottinsù, l’artista vuol far apparire Il figlio dell’armatore in una grandezza eroica, silenziosa ed interiore, accentuata dalle due infinite colonne, ispirate ai capolavori dei maestri antichi e dal paesaggio calmo e quasi metafisico che si apre dietro il davanzale. La realtà temporale viene tramutata nell’atemporalità silenziosa dell’eternità. “Ma il ricordo della realtà, poco durevole e poco consolante, aleggia ancora nello sguardo severo della moglie e della sorella, nella gravità del Figlio dell’armatore e dell’Ingegnere meccanico, nella sensualità senza sorrisi delle Amiche.”

(Elena Pontiggia, cit. in Ubaldo Oppi. La stagione classica, catalogo mostra, Milano 2002, pgg. 9-28)