Since 2004 Invader started creating a series of works using cubes from the famous Rubik's Cube game, setting his own creative style called Rubikcubism, of which the present work is an iconic example. Playing on the Cubist Art movement, Invader has created this series through a precise compositional procedure: the process starts with a computer, through which the desired subjects are virtually composed using only the six colours present on the Rubik's cube; once the image is built, the cubes are manipulated accordingly in order to physically obtain the final image which will then be fixed on a support. Through Rubik Blind Faith, whose subject is taken from the homonymous album by Steve Winwood, Eric Clapton, Ginger Baker and Ric Grech, we not only retrace the process of rubikcubist creation but we perceive also the underlying meaning, that is the decomposition of an object that is firmly rooted in the collective imagery and that has now been completely historicized, and its recomposition, both physical and conceptual, in new and unexpected places under innovative and diverse forms.

Shifting the focus onto the typology of subjects represented by Invader, these follow with solid coherence an artistic thread that starts from afar, from the end of the 70s, a period in which the artist began to spread "like viruses" pixelated subjects taken from 8-bit videogames such as Space Invader, using ceramic tiles as his favorite medium.

Defining his subjects as "perfect icons of our time, a time in which digital technologies are the heartbeat of our world", Invader highlighted through his vast production the arrival of the technological wave that starting from the 70s has overturned the direction and rhythms of global events over the past two decades.

While today with the spread of NFTs one can see how art is thriving in the digital realm, thus demonstrating how technology has been completely absorbed into the language of aesthetics, with Invader the creative process resulting from the union between art and technology is inverted: 8-bit video game subjects are stolen from technology and brought back to the physical world in new accessible environments. A constant obsession of Invader - expressed through the urbanization of his works - has in fact always been to bring art as close as possible to the public, in order to break down the historical and cultural barriers that have often surrounded museums and galleries. As a result of this tenacious approach to art, today 79 cities in 33 different countries bear the mark of Invader's passage, now consecrated by important international museums around the world.

By extending the reach of his street art to the maximum, Invader has given life to real artistic invasions, leaving traces of technology in a society that can no longer ignore the conditions dictated by it.

Pac Man mosaics in Bilbao near the Guggenheim Museum

Dal 2004 Invader ha iniziato a realizzare una serie di opere utilizzando mattoncini presi dal celebre gioco del Cubo di Rubik, creando così un suo personale stile creativo definito Rubikcubism, di cui la presente opera è un iconico esempio. Giocando con gli intenti e i risultati del cubismo, Invader ha realizzato questa serie tramite un preciso procedimento compositivo: il processo inizia tramite computer, con il quale vengono composti virtualmente i soggetti desiderati utilizzando solo i sei colori presenti sul cubo di Rubik; una volta costruita la figura, i cubi vengono di conseguenza manipolati in modo da ottenere fisicamente l’immagine definitiva che sarà poi fissata su un supporto. E’ così che in Rubik Blind Faith, la cui figura è tratta dall’omonimo album composto da Steve Winwood, Eric Clapton, Ginger Baker e Ric Grech, non solo ripercorriamo il processo di creazione rubikcubista ma ne percepiamo anche il significato sottostante, il quale consiste in una scomposizione di un oggetto ben saldo nell’immaginario collettivo, ormai del tutto storicizzato, e nella sua ricomposizione, fisica e concettuale, in nuovi e inattesi luoghi sotto nuove e molteplici forme.

Spostando il focus sulla tipologia di soggetti rappresentati da Invader, essi seguono con solida coerenza un filo artistico che parte da lontano, dalla fine degli anni ‘70, periodo in cui l’artista iniziò a diffondere “come virus” soggetti pixelati ripresi da videogiochi in 8-bit come Space Invader, utilizzando piastrelle di ceramica come mezzo prediletto.

Definendo i suoi soggetti come “perfette icone del nostro tempo, un tempo in cui le tecnologie digitali sono il battito cardiaco del nostro mondo”, Invader ha evidenziato tramite la sua vasta produzione l’arrivo dell’onda tecnologica che a partire dagli anni ’70 ha stravolto la direzione ed i ritmi delle vicende globali degli ultimi due decenni.

Mentre oggi con la diffusione degli NFT si vede come l’arte si stia esprimendo in chiave digitale, dimostrando quindi come la tecnologia sia diventata una logica acquisita anche nel linguaggio estetico, con Invader il processo creativo figlio del connubio fra arte e tecnologia è ribaltato: soggetti digitali in 8 bit di un videogioco vengono rapiti alla tecnologia e riportati in nuovi ambienti accessibili nel mondo fisico. Un’ossessione costante di Invader - espressa tramite l’urbanizzazione delle sue opere - è infatti sempre stata quella di avvicinare il più possibile l’arte al pubblico, col fine di abbattere le barriere storiche e culturali che spesso hanno circondato musei e gallerie. Come risultato di questo tenace approccio all’arte, oggi 79 città in 33 paesi differenti portano il segno del passaggio di questo artista, consacrato ora in importanti musei internazionali.

È così che, estendendo al massimo la portata della sua street art, Invader ha dato vita a vere e proprie invasioni artistiche, lasciando tracce di tecnologia in una società che dalle condizioni dettate dalla tecnica non può più prescindere.