Lot 8
  • 8

Domenico Gnoli

Estimate
1,500,000 - 2,000,000 EUR
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Description

  • Domenico Gnoli
  • Sofa
  • firmato, iscritto, intitolato e datato 1968 sul retro
  • acrilico e sabbia su tela
  • cm 131x171

Provenance

Collezione Blanche Fabry, Parigi
Galerie Jan Krugier, Ginevra
Ivi acquistato dall'attuale proprietario nel 1970

Exhibited

New York, Sidney Janis Gallery, Domenico Gnoli in his First American Exhibition of Paintings & Sculptures, 1969, n. 13, illustrato
Geneva, Galerie Marie-Louise Jeanneret, 1969
Geneva, Galerie Jan Krugier, Domenico Gnoli, 1970, p. 23, n. 26, illustrato
Darmstadt, Kunsthalle der Stadt, Domenico Gnoli, 1973, p. 56, n. 41, illustrato
Rotterdam, Museum Boymans-van Beuninger, Domenico Gnoli, 1973, p. 36, n. 45, illustrato a piena pagina
Parigi, Centre National d'Art Contemporain, Domenico Gnoli, 1973-1974, p. 81, illustrato
Bruxelles, Palais des Beaux Arts, Domenico Gnoli, 1974, p. 81, illustrato
Verona, Palazzo Forti, Domenico Gnoli. Antologica, Milano 1982-83, p. 41, n. 23, illustrato a colori a piena pagina

Literature

Luigi Carluccio, Domenico Gnoli, Lausanne 1974, p. 130, illustrato 
Luigi Carluccio, Domenico Gnoli, New York 1975, p. 130, illustrato
Luigi Carluccio, presentazione cat. XXXVIII Biennale Internazionale d'arte, Venezia, ‘Dalla Natura all’Arte - dall’Arte alla Natura”, Palazzo Correr, luglio 1978, pag. 236
Vittorio Sgarbi, Gnoli, Milano, FMR, 1983, p. 147, illustrato a colori

Condition

This work is in very good condition. Colours are more vivid compared to catalogue illustration. There are few very minor traces of threadlike and stable craquelures towards the upper the left corner and by a small area along lower left margin, by the brown pigment. There are two minor and marginal dots of pressure into the pigment along lower part of the left and right edges. There are no traces of retouching visible under UV light.
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Catalogue Note

Nei fatti, le influenze esercitate dall’opera di Magritte su altri, venuti dopo di lui, si spiegano da un certo numero di fenomeni di cui la pittura era portatrice, allo stesso tempo spiritualmente e materialmente. Non c’è, in effetti, solamente la permanenza sotterranea del Surrealismo che sopravvive in molto dei movimenti susseguenti. Interviene senza dubbio di modo più plausibile, in questo caso, il rapporto esigente alla natura delle cose che fece di Magritte una sorta particolare – nuova nel nostro secolo – di “pittore realista”.
In Europa, Konrad Klapheck e Domenico Gnoli, in particolare – ma non esclusivamente-, attestano questa innovazione post-magrittiana di un’ideologia del realismo rivista dalle contingenze di una pittura allo stesso tempo moderna e contemporanea.

Magritte’s influences on younger artists, can be explained by a few artistic phenomena that are at the same time spiritual and material.
The undermined presence of Surrealism  is not the only ingredient that maintains its prominent position in the subsequent artistic movements, In this case, the relationship between Magritte and the nature of things and objects that turned Magritte into such a new “ realistic artist”, plays an important role.
In Europe Konrad Klapheck and Domenico Gnoli in particular, confirm this renovated post Magritte Realistic ideology revisited in an artistic style, which is momentarily modern and  contemporary.


Jacques Meuris, Magritte, 1988, pp. 24-25

“Qual è il tuo principio? Perché lo stai facendo?” chiede  Maurizio Cattelan a Domenico Gnoli in un'intervista postuma e (im)possibile nel marzo 2012.

“[...] Lo sto facendo perché questo è ciò che accade veramente dentro di te. Cominci a guardare le cose e sembrano a posto, normali come sempre, ma poi le osservi un po' di più e i  tuoi sentimenti entrano a farne parte, le cose cominciano a cambiare per te e vai avanti fino a che non vedi solo i tuoi sentimenti […]”. Questa la risposta del pittore. E di fronte ad un capolavoro come Sofa del 1968 non si può che comprendere a pieno il senso profondo di queste parole.

Un divano rosa salmone che diventa archetipo di tutti i divani del mondo, che non lascia spazio a nient’altro se non alla sua immobile fissità, alla sua soffocante semplicità. Un divano che non parla di consumismo né di velleità contemporanee, e che anzi non parla affatto. E non parlando racconta della sua storia, che è la storia di tutti quelli che lo hanno usato, vestendosi così di un aura magica, carica di malinconia, satura di vita seppur apparentemente “sospesa”. In questo modo l’oggetto prende vita, in un susseguirsi di epifanie: gli abbracci dei nonni, i baci degli amanti, gli sbadigli della sera.

Maturato alla fine degli anni Sessanta, Sofa che pure in qualche modo deve un certo credito alla cultura Pop americana, quanto meno sul piano di un’attenzione riposta nuovamente sull’oggetto, non ha nulla a che vedere con il linguaggio critico dell’arte americana di quegli anni. Nulla c’entra la pubblicità, la società dei consumi di massa, il culto feticistico dell’oggetto: Gnoli, pur avendo vissuto a New York dal 1955 al 1962, è un pittore italiano per natura, prima ancora che per vocazione. L’oggetto studiato, scrutato, analizzato con l’occhio del chirurgo e l’anima del poeta, racconta di una storia dell’arte, quella italiana, fatta di tradizioni, ricordi, materia, artigianalità. Ecco, Domenico Gnoli è un artigiano, non un pubblicitario.

Ecco perché la sua materia è così densa. Le sue pennellate, cariche di colore, si sedimentano formando piccoli grumi che permettono al dipinto di pretendere una terza dimensione: e in questo modo il dipinto non è più  semplicemente un dipinto. Esso invita lo spettatore a toccarlo, ad accarezzarne la sua ruvidezza, celata quest’ultima dalla morbida illusione che l’immagine produce.

Immerso com’è nella sua profana semplicità, quasi a volersi ritagliare uno spazio ordinato e confortante nel disordine soffocante della storia in continuo divenire, Sofa assomiglia più ad una natura morta morandiana, immobile e immortale, eppure così carica del tempo e degli affanni dello stesso, che a una scatola di zuppa warholiana. E i rimandi ad una “scuola dell’arte italiana” potrebbero non bastare: nell’immagine di un divano c’è il senso della storia di Massimo Campigli, la dolcezza che commuove di Felice Casorati, lo sguardo un pó naïf di Franco Gentilini.

Sofa è un capolavoro indiscusso di un artista che non può essere inserito in alcuna specifica tendenza storico-artistica, nonostante i suoi costanti richiami ad una storia dell’arte italiana millenaria; Domenico Gnoli era un pittore istruito, acuto, eclettico. Forse troppo per poter essere “etichettato”.  E come l’artista stesso, la sua arte è in un certo senso autoreferenziale: nella sua oggettività, ha in sé tutte quelle coordinate che gli danno un senso, un inizio e una fine, una storia.

Gli oggetti di Domenico Gnoli costituiscono un mondo a parte, in cui l’estrema attenzione al dettaglio ne permette il superamento fisico, trascendendo i limiti dell’immagine e i confini spaziali dell’oggetto stesso. E in questa atemporalità dolce ed inquietante, quasi surrealista, si avverte tutta la profondità emozionale delle opere dell’artista. Tra i cuscini broccati e il copri-divano rosa, si aggrappa la vita, nella sua struggente semplicità.

Sofa si inserisce all’apice della maturità artistica del pittore quando, ormai rientrato in Europa, pur continuando a rapportarsi con l’America ed in particolar modo con New York, aveva  avuto il tempo di metabolizzare la lezione pop e trasformarla in qualcosa di estremamente personale: una sperimentazione italianissima che ricorda la bellezza struggente delle antichità ma che non nega lo sguardo alla contemporaneità.

D’altronde Domenico Gnoli, figlio di una ceramista e di uno storico dell’arte, avvicinatosi all’arte già da adolescente, si era formato sotto lo sguardo dell’incisore Carlo Alberto Petrucci, lavorando poi negli anni Cinquanta come scenografo tra l’Italia, la Francia e l’Inghilterra. E dunque una formazione così variegata e quasi paradossale non poteva che riflettersi nella sua produzione più iconica, quando negli anni Sessanta inizia a rappresentare particolari di oggetti e persone.

La prima grande mostra dell’artista in America, avvenuta  nel dicembre del 1969 nella galleria del celebre mercante d’arte e collezionista Sidney Janis rappresentò di fatto il riconoscimento ufficiale da parte del mondo artistico new yorkese del pittore italiano, a soli quattro mesi dalla sua precoce scomparsa, avvenuta all’età di trentasette anni a New York. Sfogliando le pagine del catalogo della mostra, tra particolari di trecce e scriminature di capelli, lenzuola e particolari di bottoni e cerniere, si scorge Sofa. Tra le quaranta tele esposte, tutte del 1969, Sofa fa parte di un piccolo corpus di 15 opere datate 1968.

Il fatto che sia stato proprio Sidney Janis a proporre la prima mostra americana del maestro la dice lunga sulla qualità dei suoi lavori: Janis, gallerista vulcanico e intraprendente, è ad oggi considerato uno dei grandi pilastri fondanti la cultura e il mercato dell’arte americano della seconda metà del Novecento. Le sue mostre, che spaziavano da Léger a Mondrian, dai Fauves ai Futuristi, da Lucio Fontana a Domenico Gnoli, hanno aiutato a costruire una storia dell’arte in America, oltre che a diffondere le avanguardie e le novità artistiche italiane oltreoceano.

Sofa è molto di più che un capolavoro di Domenico Gnoli: è avanguardia e storia nell’immagine comune di un divano, in fondo, poco comune.

 

 

“So what’s your principle? Why are you doing this?” asks Maurizio Cattelan to Domenico Gnoli in a posthumous and thus (im)possible interview back in March 2012.

“[…] I am doing this because this is what really happens deep inside of you. You begin looking at things and they look just fine, as normal as ever, but then you look for a while longer and your feelings get involved and they begin changing things for you and they go on and on till you only see your feelings […]” replies the painter. Indeed, it is only standing in front of a masterpiece as Sofa, dated 1968, that it is really possible to fully understand in depth his words.

A salmon pink couch which becomes the archetype of all the couches of the world. A salmon pink couch which does not show anything but its steadiness, its stifling simplicity. Again, a couch which does not pretend to symbolise an era of consumerism nor the contemporary overwhelming frivolousness of society: it tells us nothing but the history and the lives of who has used it and consumed it, covering itself with a magic aura full of melancholy. That is how the object becomes something alive,  in a succession of epiphanies: the grandparents’ hugs, the lovers’ kisses, the yawns in the late evenings.

Painted at the end of the Sixties, Sofa is just partially related with American Pop art, maybe just in terms of a re-discovered focus on objects and reality: this work is indeed far away from the critical attitude of the American art of that time. It is never about brand and adverts, nor about mass consumerism or the fetishist cult of the object: Gnoli, who has lived in New York from 1955 to 1962, is an Italian artist by call, not just by training. The object, which is studied, investigated, carefully analysed with the eye of a surgeon and the soul of a poet, tells us the history of an Italian art made of a handcraft-making tradition.

That is why his works are made of such a dense matter. In Sofa his brushes sediment the colour on the canvas creating small clumps which allow the artwork to enter a third dimension: the painting is not just a simple painting anymore. It invites the viewer to touch it, to cuddle the ruggedness hided under the soft illusion that the image produces.

Immersed as it is in its profane simplicity, as if it wishes to define a protective, almost domestic, space for itself to escape the chaos of a history in continuous evolution, Sofa is more likely to be compared to a motionless but immortal still-life by Giorgio Morandi rather than a Warhol’s soup. And again, the comparisons with an “Italian school of art” could go on and on. The sense of the history of Massimo Campigli, the moving kindness of Felice Casorati, the naïf perspective of Franco Gentilini's sight: they are all incorporated by Sofa.

Sofa is the masterpiece of an artist who can not be considered in the shadow of a specific art-historical movement: Domenico Gnoli was such a well educated, bright and eclectic artist that can not be putted in a box. And as the artist himself, his art is in a way self-referential as well: in its objectivity, it makes sense by itself. It has a start and an end: it has a history.

Domenico Gnoli’s objects collocate themselves in another dimension, where the outer attention to the details allows the artwork to overcome its limits, artistically and physically. It is in this gentle but grotesque, almost surrealist, a-temporality of the artwork that we can really appreciate its profundity. Among the brocade pillows and the pink(ish) sofa, life stands in its touching simplicity.

After going back to Europe and still in touch with the American, or better New Yorker artistic scene, Gnoli had time to metabolize the so-called pop culture transforming it in something which was, and still is, extremely personal: an Italian experimentation that reminds us of the very touching beauty of antiquities without clipping the wings to a contemporary vibe. Sofa indeed represents the highest point of the artistic maturity of the painter.

Domenico Gnoli in fact, who was the son of a ceramist and of an art historian, and who came in touch with the art world when he was still a teenager, was educated under the wing of the famous engraver Carlo Alberto Petrucci, working then as a set designer in Italy, France and United Kingdom. Thus, such an eclectic education could not avoid itself from shaping the painter’s most iconic series of work, when during the Sixties Gnoli began to paint objects’ details, as well as people’s.

The first important American solo exhibition of the artist came in 1969, held by the well renowned dealer and art collector Sidney Janis; it officially opened to the artist the doors of the New Yorker cultural scene and art market, just four months before his precocious death, at 37 in New York. Among braids and hair cut details, buttons and zippers, the exhibition catalogue shows Sofa, in a small corpus of 15 works dated 1968 among 40 works, mostly dated 1969.

The fact that Sidney James himself supported for the very first time the Italian painter with a solo exhibition best exemplifies the very high quality of his works. Considered nowadays as one of the founder of XXth Century American culture and its art market, Sidney James has built a very peculiar American art history, also supporting the spread of an Italian art cosciousness in the US as well. From Léger to Mondrian, from the Fauves to the Futurists, from Lucio Fontana to Domenico Gnoli, his exhibitions are now legendaries.

Sofa indeed is much more that a masterpiece by Domenico Gnoli: it is the clush between avant-garde and history over an ordinary, but extraordinaty, sofa.