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Details & Cataloguing

Modern & Contemporary Art

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Milan

Alighiero Boetti
1940 - 1994
SENZA TITOLO
firmato, iscritto by Afgan people Pakistan e datato Peshawar 1988 sul risvolto
arazzo
cm 107x102
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Opera registrata presso l'Archivio Alighiero Boetti, Roma, con il n. 88/RL/70

Exhibited

Terni, Galleria Rochini, Alighiero Boetti, 1997
Gennazzano, Castello Colonna, Cross-Roads, Incroci d'arte contemporanea dalla collezione Tonelli, 2001, pagg. 185 e 248

Catalogue Note

signed, inscribd "by Afgan people Pakistan" and dated "Peshawar 1988" on the reverse, tapestry

"Mi affascinava il deserto, e non soltanto il deserto naturale. In una casa afghana per esempio non c'è niente: non un mobile e dunque nessun oggetto che si mette abitualmente sui mobili (...) Ciò che mi attirava di più era l'azzeramento, la civiltà del deserto (...) Niente è aggiunto al paesaggio: si spostano le rocce e si utilizzano per costruire le case-cubo". La descrizione essenziale che Boetti dedica al suo amato Afghanistan è inscritta nella serie dei suoi arazzi, preparati in Italia ma fatti eseguire dalle mani pazienti delle donne afghane emigrate in Pakistan dopo l'invasione russa del 1979. Già negli anni Settanta, a Kabul, prende corpo l'idea nuova di collaborazione tra l'artista che concepisce l'opera e gli artigiani che lo realizzano: "Le prime reazioni furono terribili. Le persone erano infastidite. Bisogna dire che allora pochi artisti avevano fatto eseguire i loro pezzi da artigiani. Era per il pubblico dell'epoca insieme imbarazzante da un punto di vista concettuale e troppo 'grazioso'. Ma tutti i collezionisti volevano la mappa!". Il processo di differenziazione del processo creativo da quello manuale continua ancora oggi con risultati illustri: si pensi ai 15 milioni di semi di girasole in porcellana dipinti da migliaia di donne della periferia cinese e presentati alla Tate Modern di Londra nel 2010 come installazione da Ai WeiWei, che li ha descritti come "il ricordo del comunismo" degli anni più duri.
Parte del testo dell'arazzo è in farsi, l'antica lingua persiana a caratteri arabi parlata anche in Afghanistan; queste parti di testo sono allocate in simmetria al centro di ogni lato del perimetro; l'arazzo diventa segno della storia di un paese in continuo stato d'assedio, che comunque ricama di nascosto i versi dei suoi poeti; ogni donna produce serialmente un quadrato di stoffa all'interno della sua "casa-cubo", e così dà credito logico all'artista che ne è suo committente: "Ho disegnato circa centocinquanta parole che potevano disporsi in un quadrato (...) Di alcune ho prodotto fino a cento esemplari. Ma ognuno è diverso per il colore e per lo stile particolare della donna che lo ha realizzato. Non è dunque né un'opera originale né un multiplo".
Boetti è sensibile al fascino del linguaggio al punto da voler far convivere in sé il doppio ruolo di artista e scrittore: "I cinesi dicevano che in quadro ci deve essere la parte visiva, la calligrafia e la poesia. Nel mio lavoro questi ingredienti ci sono tutti e tre perché un pittore deve essere anche un buon poeta. Io non so se sono buono o cattivo, ma cerco di essere anche un poeta, scrivendo a modo mio; con questo mezzo pongo proprio un fatto di scrittura, da scrittore; la mia è una scrittura sul pensiero che va".

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