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Details & Cataloguing

Modern & Contemporary Art

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Milan

Giorgio de Chirico
1888 - 1978
ARCHEOLOGI

Opera archiviata presso la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, Roma, con il n. 0061/12/09

L'opera è accompagnata da certificato su fotografia rilasciato dalla Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, Roma

Provenance

Galleria La Barcaccia, Roma
Ivi acquistato dalla famiglia dell'attuale proprietario nel 1962

Catalogue Note

 

signed, oil on canvas. Executed in 1961

"Bisogna penetrare l'enigma delle cose considerate generalmente insignificanti [...] vivere nel mondo come in un immenso museo di stranezze, di curiosi giocattoli variopinti che mutano le loro sembianze e che noi talvolta come bambini frantumiamo per vedere come sono fatti dentro e scopriamo, delusi, che sono vuoti"; questo scriveva De Chirico ad un amico per spiegare il senso della ricerca della sua pittura, che segna una delle strade più originali ed enigmatiche della storia dell'arte del primo Novecento, nel suo grande momento di rigenerazione dei modelli e dei concetti. Il "Maestro degli Enigmi", come sarà soprannominato dai contemporanei, cercò per tutta la sua lunga vita (1888-1978) il senso di quegli archetipi comuni agli stili di tutti i tempi, e valutò opportuno riproporre sulla tela gli oggetti e le figure che più condensavano in loro la funzione della rappresentazione pittorica, che è quella di mostrare al mondo il significato della vita.
L'opera che consideriamo fa parte di una serie di una ventina di dipinti eseguiti lungo tutto l'arco del lavoro dell'artista; presenta due figure frontali e sedute in silenzioso dialogo; due figure anonime senza connotati (come i famosi manichini) vestite di una tunica che lascia libere le braccia alla greca maniera. I due archeologi portano in grembo gli edifici e le costruzioni antiche, ospitandole su di loro come il loro mestiere ha loro insegnato. Le architetture sono il segno distintivo della serie, che le riprende in tutti i casi variandone solo posizione, dimensione e tratto. I tempietti e le colonne sembrano ricamarsi addosso alla tunica uniforme delle due figure, aumentando il livello prospettico e il gioco delle forme. È comunque la serenità a colpire subito lo sguardo, grazie allo stare placido di quelle antiche pietre che resistono ad ogni tempo.
Gli Archeologi fanno parte di quei soggetti peculiari cui De Chirico fu sempre affezionato, e che ne accompagnano il pensiero nei corsi e ricorsi della sua produzione; si pensi ai cavalli, ai gladiatori, alle piazze d'Italia, ai manichini. La tela è databile al 1961, negli anni del successo conclamato che lo porta ad esibire la sua arte in tutto il mondo; è l'ultima tela a portare questo titolo, se si esclude l'esemplare del 1965 conservato a Roma e intitolato "Oreste e Pilade". Gli anni 1926-1930 offrono i maggiori esempi di lavoro su questo soggetto: è il periodo parigino di De Chirico, che ha appena scoperto con entusiasmo i lavori dei Surrealisti e che segna una nuova, intensa fase metafisica. È proprio di questi anni l'approccio più serio di De Chirico alla teoria dell'arte antica (tra cui il maggior spunto viene dato dal Répetroire de la Statuaire Grecque et Romaine di Salomon Reinach), che alterna leggendo Schopenhauer e soprattutto Nietzsche, da cui eredita l'idea dell'eterno ritorno dell'uguale. In linea con il filosofo, De Chirico vuol far emergere quanto più possibile il classico, quell'insieme di armonioso significato sul quale si imposta il canone del bello; la sua visione "classicista" non rientra però nella tradizionale versione accademica del "ritorno all'antico", anzi promuove l'attenzione a quei simboli universali di cui l'uomo sempre si è circondato, e di cui non può fare a meno, come già scriveva nell'articolo 'Classicismo pittorico' pubblicato su La Ronda nel luglio del 1920: "Vi sono emozioni primigenie che non si possono smarrire senza correre il grave rischio di uscire da ogni via di Classicismo. Così l'emozione del troglodita che traccia sulle pareti della caverna il profilo del bisonte, è classica [...] Più che un problema d'aggiunta, il fatto del Classicismo è un problema di sfondatura e potatura. Ridurre il fenomeno, la prima apparizione, al suo scheletro, al suo segno, al simbolo della sua inspiegabile esistenza". Lui stesso, nato in Grecia da famiglia italiana, si definiva "pictor classicus", a voler sottolineare la portata imprescindibile della scuola antica, senza cui nulla si spiega né si comprende in modo adeguato.  Viene in mente Carlo Levi, che intitola una delle sue opere più belle Il futuro ha un cuore antico, pubblicato nel 1956, non lontano dall'esecuzione della tela che stiamo guardando, o l'analisi di Nelson Goodman sui criteri visivi, quando afferma che "l'occhio è sempre antico, ossessionato dal proprio passato e dalle suggestioni del Passato". Lo stesso Nietzsche, in un aforisma di Umano, troppo umano, esprime elogio a chi si impegna in tal senso: "Non il vedere per primi qualcosa di nuovo, bensì il vedere come nuovo l'antico, ciò che è già anticamente conosciuto e che è da tutti visto e trascurato, contraddistingue le menti veramente originali". 
I due archeologi stanno parlando; lo si percepisce dal lieve piegamento della nuca dell'uno verso il corpo dell'altro, e dalla mano destra del secondo alzata nel gesto di chi sta spiegando un concetto importante. I due parlano forse d'antico, sicuramente di vita, ma vivi non sono; da qui il senso di quello "straniamento perturbante" da parte dell'osservatore, come indagava Freud nel suo omonimo saggio del 1919, e come lo stesso De Chirico dice per via di metafora: "Più il manichino somiglia all'uomo e più esso è freddo e sgradevole. Il lato patetico e lirico dei manichini, specie di quelli seduti, tipo Archeologi, risiede appunto nel loro allontanamento dall'uomo. Il manichino è un oggetto che possiede a un dipresso l'aspetto dell'uomo, ma senza movimento e vita; il manichino è profondamente non vivo e questa sua mancanza di vita ci respinge e ce lo rende odioso. Il suo aspetto umano e, nel tempo stesso, mostruoso, ci fa paura e ci irrita [...] Il manichino non è una finzione, è una realtà, anzi una realtà triste e mostruosa. Noi spariremo, ma il manichino resta".
Negli anni parigini, in cui abbiamo visto concentrarsi la maggiore attenzione di De Chirico sul tema degli Archeologi, l'artista segue con vivo interesse il nuovo gusto che la neonata pubblicità eserciterà sul pubblico: "Ogni muro tappezzato di réclames è una sorpresa metafisica, e il putto gigante del sapone Cadum e il rosso puledro del cioccolato Poulain sorgono con la solennità inquietante di divinità dei miti antichi". 
Le colonne greche che troviamo sparse sul grembo degli archeologi rivivono di un nuovo significato, anzi risultano ancora più fruibili perché attualizzate al contesto moderno: "Il tempio greco è a portata di mano, sembra che lo si possa pigliare e portar via, come un giocattolo posato sopra un tavolo" (La Ronda, luglio 1920). L'idea di gioco che ritorna nel pensiero teorico di De Chirico ben si sposa con le nuove tendenze artistiche, che leggono nel detto l'art pour l'art non banalmente un éscamotage, ma un motivo serissimo di comprensione del reale attraverso le figure più semplici, quelle immagini vivide e sincere il cui ricordo affonda nella nostra infanzia di gioco, che mai ci abbandoneranno, anzi accompagnano tuttora il nostro giudizio e influiscono sulla nostra suggestione. Per questo, ma non solo, De Chirico viene considerato a buon diritto uno dei massimi rappresentanti dell'Arte Contemporanea, e Gli Archeologi ne portano la firma.

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