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Adolfo Tommasi
PETRIOLO PRESSO FIRENZE
Estimate
250,000350,000
LOT SOLD. 300,750 EUR
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Adolfo Tommasi
PETRIOLO PRESSO FIRENZE
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250,000350,000
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Details & Cataloguing

XIXth Century Paintings and Sculptures

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Milan

Adolfo Tommasi
(LIVORNO 1851 - FIRENZE 1933)
PETRIOLO PRESSO FIRENZE
firmato in basso a sinistra Adolfo Tommasi
olio su tela
cm 99.5 x 201.5
Eseguito nel 1884
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Exhibited

Firenze, Palazzo della Promotrice delle Belle Arti, Esposizione annuale di belle Arti, 1885, sala 5, n. 298;
Milano, Palazzo di Brera, Esposizione annuale di Belle Arti, 1886, n. 139;
Bologna, Complesso di San Michele in Borgo, Esposizione Nazionale di Belle Arti in Bologna, 1888, sala IV, n. 17

Literature

A. Melani, in "Le Conversazioni Della Domenica", Il Bello all'Esposizione di Brera del 1886. I, n. 36, 5 settembre 1886, pag. 285;
G.M. (Gustavo Macchi), in "La Lombardia", A Brera. Esposizione di Belle Arti 1886. VIII. I toscani e i meridionali, 26 settembre 1886;
A. De Gubernatis, Dizionario degli artisti viventi. Pittori Scultori e Architetti, Firenze 1906, vol. II, pag. 513

Catalogue Note

Presentato alla Società Promotrice di Firenze nel 1885 e quindi inviato a Milano nel 1886, alla mostra annuale di Brera, e a Bologna nel 1888, in occasione dell'esposizione nazionale, Petriolo presso Firenze è emblema della raffinata pittura del suo autore, forse il maggiore tra i naturalisti toscani.

Allievo di Carlo Markò il giovane, Adolfo Tommasi ha la sua formazione proprio nel cosiddetto periodo di "crisi della macchia", quando la cultura artistica europea è travolta dall'onda della poetica naturalista di Zola, poetica alla quale Tommasi dimostra di aderire pienamente già nei lavori dei primi anni ottanta come dichiara apertamente in Dopo la brina o in Malerba, entrambi eseguiti nel 1880.

Quello del passaggio del treno è un tema caro alla poetica di Tommasi e il pittore lo affronta più volte nella sua carriera; nei medesimi anni in cui dipinge Petriolo presso Firenze, eseguito credibilmente tra il 1884-1885, Tommasi licenzia infatti anche Il fischio del vapore, presentato a Torino nel 1884 ed oggi di proprietà della Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, Passa il treno - esposto alla prima mostra della Società Permanente di Milano, 1886, insieme a Caccia ai pettirossi e Giorno di freddo a Firenze -, e La strada ferrata - quest'ultimo forse identificabile con il dipinto esposto recentemente a Modena alla mostra Naturalismo nella pittura italiana tra '800 e '900 -, dipinti, tuttavia, simili solo nello spunto pittorico e in realtà assai diversi nella composizione e nella scelta degli episodi narrati. In Petriolo presso Firenze, infatti, Tommasi non ambienta la scena in aperta campagna come era stato per Il fischio del vapore, ma in paese, nei pressi della stazione del borgo di Petriolo, alla periferia occidentale di Firenze, del quale il pittore si sofferma a descrivere i profili dei caseggiati, la via principale solcata dalle rotaie, il treno a vapore fermo in stazione, i viaggiatori appena scesi e quelli che si apprestano a salire, l'erbivendolo che spinge il carretto con gli ortaggi e la frutta di stagione e le donne del paese che si incamminano per andare a lavorare nei campi, quest'ultima una vera e propria citazione delle famose glaneuses bretoniane. E se l'eco della lezione naturalista di Breton e Bastien-Lepage emerge anche qui come, più o meno, in tutti i protagonisti della pittura toscana - da Fattori a Cannicci, da Gioli a Simi e da Cecconi a Ferroni -, tuttavia, nel lavoro di Adolfo Tommasi la nota dominante è la saldezza compositiva del disegno di tradizione toscana, quel disegno di ascendenza rinascimentale che analizza e restituisce la realtà con estrema lucidità di visione definendone ogni minimo particolare.

Obiettività e nitore che se oggi sono considerati i punti di forza della pittura del primo Tommasi, della quale Petriolo presso Firenze è splendido esempio, non lo erano quando il dipinto è stato presentato a Brera insieme a Quiete e a Corallaie di Montenero nel 1886, quando cioè Gustavo Macchi dalle pagine de "La Lombardia" rimproverava al pittore toscano di inventariare gli oggetti, di descrivere in modo monotono il vero e lo accusava, "volendo abbracciare ogni piccola cosa" di soffocare "le proprie tendenze alla scelta e di perdere di vista la grande parola riassuntiva che poteva rendere con intensità assai maggiore la sensazione sua" e, pur riconoscendogli "una grande onestà di osservazione in quei toni fini delle cose lontane e una bella freschezza di sentimento nell'insieme", lo criticava aspramente "di torturarsi in preoccupazioni piccine e di perdersi nel riprodurre i puntini bianchi di un grembiule stampato, le singole aste che formano la lontana siepe, i sassolini della strada" e di non trovare forza sufficiente "per disegnare le sue figure, per distinguere ciò che lo ha più vivamente impressionato". Parole dettate al critico dalla differenza sostanziale tra la pittura milanese di quegli anni - gli anni della piena affermazione del cosiddetto naturalismo lombardo fondato sull'impressione del vero - e la toscana, "la prima" - scrive ancora Macchi - "sperimentale, animata da uno spirito acuto ed inquieto volto alla resa dell'impressione [...], solida e vigorosa, l'altra tranquilla e infeudata all'usi di certi mezzi, fine nella forma e pallida nel colorito, timorosa, contemplativa e ricercata".

Una pittura colta quella del Tommasi, una pittura di un artista "che non ci vuol mettere nulla di suo bastandogli e avendo una certa paura di non riprodurre il vero qual'è", di "un artista coscienzioso che cerca e sente la campagna toscana con un fare tutto campagnolo, semplice e severo", una pittura dalla condotta disegnativa così ricercata da "voler quasi sembrare ingenua", come quella di chi "in qualche asprezza volesse celare una grande bravura". (Cfr. D. Laura, in "Arte e storia", III, n. 20, 18 maggio 1884, pp. 54-55).

Il dipinto, riproposto a Bologna all'esposizione nazionale allestita nella Villa di San Michele in Bosco insieme ad un'ottantina di capolavori toscani tra i quali Pioggia a Settignano del Signorini, La benedizione di campi di Cannicci, i Braccaioli maremmani di Cecconi, avrebbe riscosso un grande successo e, proprio per le medesime caratteristiche sottolineate da Macchi, può annoverarsi tra i migliori lavori del naturalismo toscano.

E. C.

XIXth Century Paintings and Sculptures

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